L’organismo umano è un sistema basato sulla termoregolazione poiché è in grado di assorbire o cedere calore all’ambiente; il calore viene trasportato all’interno del corpo attraverso la circolazione sanguigna, per mantenere costante la sua temperatura interna, il cui valore è di circa 37 °C, cui corrisponde una temperatura alla fronte di circa 30÷31° C.
Le condizioni ambientali, però, non sempre permettono questo scambio e in caso di caldo o di freddo le dimensioni e il numero dei vasi sanguigni funzionanti tendono ad aumentare o diminuire.
Quando il corpo ha tempo sufficiente per attuare il processo di adattamento alla variazione termica è ben tollerata la variazione di temperatura.
Quando invece la temperatura varia improvvisamente il corpo potrebbe non essere in grado di ripristinare l’equilibrio in tempi rapidi, per cui la temperatura corporea non potrà essere mantenuta costante. Ciò può provocare danni.
In particolare, con il caldo si nota un aumento di sudorazione, tachicardia, un calo di attenzione e prontezza dei riflessi, con aumentata difficoltà a svolgere attività fisiche pesanti; si può osservare surriscaldamento cutaneo ma anche scottature, spossatezza, nausea, cefalea, vomito, edema, perdita di coscienza fino al collasso. È bene ricordare che è possibile adottare comportamenti di auto protezione (vedi 9.3.1.1.1 “Possibili comportamenti di auto protezione”) al fine evitare i danni.
Il freddo causa, invece, brividi, bradicardia, effetti cutanei analoghi a scottature, trombosi, iperglicemia, intorpidimento delle estremità fino a ipotermia che può arrecare assideramento fino alla morte.
La valutazione delle condizioni microclimatiche, cioè della temperatura, umidità, velocità dell’aria e irraggiamento da superfici calde, permette, insieme con altri parametri quali la temperatura radiante, il vestiario, l’attività fisica del lavoratore, le macchine e gli strumenti utilizzati, nonché la valutazione della variabilità di quanto sopra in funzione della stagione, di definire le situazioni a rischio.
Si parla di “stress termico” quando vi è una brusca variazione termica che fa entrare in gioco i meccanismi di termoregolazione; quando si è in assenza di sensazioni di freddo o di caldo o di correnti d’aria si parla di “benessere termico” o “comfort termico”.
La Tabella 1 riporta la sensazione soggettiva in relazione alla temperatura alla fronte in soggetti acclimatati a riposo.
Tabella 1 – Stress termico

Negli ambienti di lavoro il microclima deve essere il più possibile prossimo al “benessere termico”. Lo “stress termico” e quindi gli sbalzi termici devono essere il più possibile ridotti.
Sono stati definiti convenzionalmente tre tipologie di ambienti termici, determinati tramite specifiche metodologie di valutazione basati sull’uso di indici indicativi del benessere o del disagio rispetto valori di riferimento:
• Moderati,
in cui le condizioni ambientali si mantengono quasi costanti nel tempo, l’attività fisica degli operatori è scarsa.
• Severi caldi,
caratterizzati dalla presenza d’intense fonti di calore con combinazione di alte temperature dell’aria, alte temperature radianti e alte umidità, in cui le condizioni ambientali non si mantengono costanti e pertanto comportano “stress termico”; gli operatori indossano vestiario diverso (vedi 9.3.1.2 “Protezione in ambienti severi caldi”).
• Severi freddi,
in cui la temperatura è inferiore a 10°C, si mantiene costante nel tempo; gli operatori, che svolgono attività simili, indossano vestiario analogo (vedi 9.3.1.3 “Protezione in ambienti severi freddi”).
Si ricorda che l’abito ha diverse funzioni, quali:
- proteggere dagli eccessi della temperatura ambientale con il mantenimento della temperatura corporea, sia nei “confronti del caldo che del freddo”;
- isolare termicamente mantenendo la permeabilità all’acqua, al fine di garantire l’evaporazione del sudore impedendo il libero accesso dell’acqua dall’esterno;
- mantenere la permeabilità all’aria, al fine di facilitare la rimozione dell’umidità senza causare dispersione di calore con conseguente rapido abbassamento della temperatura corporea, che si traducono in comfort termoigrometrico, e quindi nella determinazione della resistenza termica, detta anche isolamento termico, e resistenza evaporativa dell’abbigliamento (vedi “Norme UNI – Ergonomia degli ambienti e abbigliamento”).

È necessario inoltre distinguere il rischio nelle attività effettuate nell’ambiente “severo caldo” da quelle esposte a Calore intenso. (vedi 9.3.1.1 “Calore intenso”).