Come evitare l’epicondilite: malattia professionale che interessa il gomito

Malattie professionali: epicondilite al gomito

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Tra le malattie professionali, quelle legate al sovraccarico biomeccanico sono da anni le più frequenti nel nostro Paese, con un’incidenza dell’83,17% (OPEN DATA INAIL, dati nazionali, periodo 2017-2021).
In questo gruppo rientrano diverse patologie, come quelle che coinvolgono la colonna vertebrale, ma anche sindromi quali il tunnel carpale e le epicondiliti.
Queste ultime, in particolare, rappresentano il 9% delle patologie relative al sistema muscoloscheletrico e sono la principale malattia professionale a carico del gomito.
Vediamo di cosa si tratta, come riconoscerla e come prevenire il rischio. 

Cos’è e dove si manifesta l’epicondilite: una prova pratica

L’epicondilite è un disturbo fastidioso e doloroso che può manifestarsi in diversi punti del gomito e a seguito di svariate attività lavorative o sportive intense (è nota infatti anche come gomito del tennista). Il modo migliore per capire in cosa consiste è una prova pratica. 

Cominciamo dalla nostra mano rilassata, aperta e con il palmo rivolto verso il basso.
Se chiudiamo la mano a pugno abbiamo fatto lavorare i muscoli flessori.
Apriamo di nuovo la mano: abbiamo fatto lavorare i muscoli estensori.
Ora lasciamo la mano aperta ma pieghiamola tutta verso il basso, portiamo il palmo verso il braccio: lavorano nuovamente i flessori.
Mentre lasciandola sempre aperta ma piegandola tutta verso l’alto (con il dorso verso il braccio), lavorano ancora gli estensori. 

Ora ripetiamo tutto, ma quando usiamo i muscoli flessori (ovvero quando chiudiamo a pugno o pieghiamo il palmo in basso) appoggiamo l’altra mano sull’avambraccio che sta lavorando, nella parte dove la pelle è più glabra e delicata: sentiamo che i muscoli del braccio che si trovano all’interno stanno lavorando.
Quando invece apriamo la mano che era chiusa a pugno o la pieghiamo verso il dorso, sentiamo che lavorano i muscoli dell’avambraccio che stanno dall’altra parte, quella maggiormente ricoperta di peli. È facile così comprendere che questi muscoli mandano i tendini verso le dita e consentono il movimento della mano. 

Prese svantaggiose - epicondilite

Ma da dove partono esattamente? Risaliamo con la mano verso il gomito e sentiremo che i muscoli flessori si attaccano al gomito (in gergo diremmo che si inseriscono) in una sporgenza che si chiama epicondilo mediale; i muscoli estensori, ovvero quelli della parte esterna, si inseriscono in una sporgenza del gomito che si chiama invece epicondilo laterale.

Il gomito è dunque la sede delle epicondiliti, che possono essere definite come microtraumi derivanti da ipersollecitazioni dei muscoli dell’avambraccio. Una ripetizione eccessiva dei movimenti visti sin qui o una loro esecuzione scorretta possono infatti portare a epicondiliti laterali o mediali.  

Pronazione e supinazione del braccio

I movimenti che abbiamo descritto non sono gli unici che possono causare, in certe condizioni, le epicondiliti. Se riprendiamo la proposta iniziale con cui abbiamo osservato la mano e alcuni suoi spostamenti, ne possiamo aggiungere almeno altri due altrettanto importanti, che possiamo individuare tramite un altro esercizio pratico: 

  • la supinazione: partiamo con la mano aperta e con il palmo rivolto verso il basso, quindi giriamo il palmo verso l’alto lasciando il gomito fermo nella sua posizione: abbiamo utilizzato i muscoli estensori. Possiamo controllare con l’altra mano l’impegno all’epicondilo laterale. Questa è la supinazione della mano e dell’avambraccio, che di fatto impegna il gomito; 
  • la pronazione: se ora riportiamo il palmo “in giù” abbiamo fatto un movimento di “pronazione”. Possiamo controllare con l’altra mano l’impegno all’epicondilo mediale. 

I muscoli dell’avambraccio ci permettono di compiere tantissime azioni: da quelle più semplici a quelle in cui può essere necessario anche l’uso di forza, come lo spostamento di oggetti, il loro sollevamento, e così via.
Tuttavia, quando la mano assume determinate posizioni, flessori ed estensori sono costretti a lavorare in modo non adeguato. Quando questo accade, i tendini si infiammano causando l’epicondilite. Una condizione che, se protratta nel tempo, può portare all’usura del tendine e, quindi, a un calo della prestazione fisica e professionale.

Sintomi e rischi dell’epicondilite da sovraccarico biomeccanico

Se nel tuo lavoro ti capita di utilizzare forza con le mani, ci sono alcuni aspetti che è essenziale conoscere.
I fattori di rischio principali sono infatti movimenti ripetuti, posture incongrue e l’uso di forza combinati insieme. Ma l’uso di forza importante è – anche da solo – un rischio, così come le vibrazioni trasmesse al braccio da eventuali strumenti di lavoro.

Epicondilite mediale e laterale

L’epicondilite laterale porta dolore nella zona laterale del gomito, talvolta irradiato lungo l’avambraccio e che si acutizza quando si compiono movimenti di estensione del polso o supinazione dell’avambraccio.
L’epicondilite mediale, invece, si presenta con un dolore nella zona mediale del gomito, esacerbato in particolare da movimenti di flessione delle dita e del polso contro resistenza.
In entrambi i casi, a volte si avverte una sensazione di debolezza del braccio anche se gli sforzi compiuti sono minimi e i movimenti sono abbastanza semplici: nelle fasi iniziali, la malattia viene spesso sottovalutata perché la dolenzia è molto modesta.

Come capire se sei a rischio?

Per avere un’idea più precisa, sappi che il rischio esiste già per l’epicondilite laterale per: 

  • movimentazione di carichi maggiori di 20 kg (almeno 10 volte al giorno); 
  • utilizzo di utensili manuali di peso maggiore di 1 kg
  • esecuzione di attività manuali e ripetitive per più di 2 ore al giorno; 
  • lavoro a braccia sollevate di fronte al corpo; 
  • lavoro con il segmento mano polso deviato o ruotato durante l’esecuzione di movimenti di precisione per parte della giornata lavorativa.

Il rischio per l’epicondilite mediale si riscontra invece in caso di: 

  • movimentazione di carichi maggiori di 5 kg (2 volte al minuto per almeno 2 ore al giorno) e maggiori di 20 kg (almeno 10 volte al giorno); 
  • esecuzione di prese di forza a pugno per più di 1 ora al giorno; 
  • esecuzione di attività manuali e ripetitive per più di 2 ore al giorno;
  • utilizzo di strumenti che trasmettono vibrazioni mano-braccio per più di 2 ore al giorno.

La forza necessaria per svolgere ogni azione non è un aspetto semplice da valutare, anche per un esperto. La figura che segue presenta due scale abbastanza utilizzate, adatte soprattutto per chi il lavoro lo svolge, ma anche per chi lo osserva. E quando si svolge un lavoro ripetitivo, ci sono dei limiti alla forza che possiamo impiegare in modo sicuro.

Scala di Latko - Scala di Borg

Cause dell’epicondilite oltre il lavoro

Stili di vita adeguati per favorire il mantenimento delle capacità di lavoro biomeccanico.jpg

Pur trattandosi di una malattia professionale, non sempre l’epicondilite è dovuta solo al lavoro: lasciamo ai medici il compito di indagare caso per caso e aiutarci a gestire le altre condizioni che possono causare o favorire questa malattia.
È sempre utile però ricordare che fattori non lavorativi associati alla patologia sono risultati il fumo e il sovrappeso: adottare stili di vita sani può non essere semplice, anche se altamente raccomandato.
Il tema è importante e delicato e potrebbe essere utile approfondirlo in una riflessione dedicata. Intanto, prova qui.

Per approfondire 

Il tema del sovraccarico biomeccanico è ampio e comprende diversi aspetti, che interessano la prevenzione e gli obblighi delle aziende.
Per chi volesse approfondire, oltre alle leggi, alle norme tecniche, alle metodologie di valutazione del rischio già esistenti, consigliamo di consultare le seguenti risorse per cominciare: 

  • questo documento, per sapere in quali settori si sono sviluppate le malattie professionali e quali sedi del nostro corpo sono coinvolte nei diversi settori (come suggerimento per alcune attenzioni in più nella valutazione del rischio e nella prevenzione a tutti i livelli);
  • questo focus sugli infortuni da sforzo (sede e natura della lesione, professioni coinvolte possono essere utili indicatori di una esposizione “attuale”);
  • questo approfondimento dedicato ai fattori psicosociali, come indicato nelle norme tecniche specifiche. Può essere pertanto opportuno.

TEST – Norme tecniche: un aiuto per la sicurezza

Con riferimento alla norma ISO TR 12295 (e pensando ai soli movimenti ripetitivi degli arti superiori) proviamo a verificare le nostre conoscenze o convinzioni.
Quando svolgiamo compiti ripetitivi, si ha una “condizione critica” che, anche se presente da sola, richiede già un intervento immediato di correzione in quanto costituisce un rischio non accettabile, quando:

  1. La presa pinch (o qualsiasi presa che utilizzi la punta delle dita) viene usata per più dell’80% della durata del compito ripetitivo;
  2. Le azioni tecniche di ogni singolo arto sono pari a 40 azioni al minuto;
  3. La durata totale dei compiti ripetitivi supera le 6 ore nello stesso turno.

Quando svolgiamo compiti ripetitivi e tutti gli altri elementi sono accettabili, quale delle seguenti è una condizione accettabile?

  1. Le azioni tecniche di ogni singolo arto sono talmente veloci da non poter essere contate tramite semplice osservazione diretta;
  2. Presenza di intervalli (inclusa la pausa pranzo) di almeno 8 minuti ogni 2 ore;
  3. Presenza di picchi di forza con frequenza non superiore a 3 volte al minuto durante lo svolgimento del compito ripetitivo.

Risposte: a,b

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